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2 agosto 2011
L’onore delle armi: Ferrara vs D’Avanzo. Quando scrivere non è un esercizio inutile.
Esecrando ed
esecrabile quanto si vuole, ma se Ferrara non ci fosse la scena politica e
quella del giornalismo sarebbero insipide assai. Personalmente sono stato d’accordo con diverse delle ultime battaglie
di Giuseppe
D’Avanzo – quella sulle canne di Martelli no, per esempio (ma guarda
cosa ti va a scovare! ). La destra lo ha
sempre tacciato di moralismo un tanto al chilo, ma le sue inchieste erano ben
documentate, e dove necessario suppliva una passione giornalistica autentica. Questo pezzo dell’Elefantino ha
l’imprinting della colleganza tra giornalisti di razza: oggi in Italia solo un
Francesco Merlo saprebbe esserne all’altezza.

“La
morte precoce di un amico e quella di un avversario sono la
stessa cosa, sono la fine di un legame. In tanti anni il lavoro giornalistico di Giuseppe
D’Avanzo, sepolto a Roma dai suoi cari e da una comunità professionale e umana
che molto lo amava, era diventato per alcuni di noi ciò che ami detestare.
Scriveva piuttosto bene, si faceva leggere con i suoi scoop e le sue campagne,
e questo lo rendeva ancora più irritante. Infinite le polemiche con questo
giornale, con un tocco perfido ma a suo modo cavalleresco da parte sua.
Destrutturare un pezzo d’accusa di quel cronista dalle fonti profonde,
decostruirlo in termini di visione morale delle cose, di analisi politica, e in
certi casi di controfattualità, era ormai un impegno di produzione perverso, ma
necessario, della nostra fabbrichetta. Il tipo umano, appena sfiorato, non era
malaccio, con il suo registro malinconico, i baffoni, gli occhi grandi, le
fatiche e le spropositate passioni e faziosità civili.
Se il soldato D’Avanzo era contro Martelli per storielle di marijuana,
l’istinto militare portava a difendere Martelli e perfino le sue stupide
vacanze africane. Se era contro il generale Niccolò Pollari e con la Cia
separata di Parigi contro la guerra di Bush Jr., pensavamo giusto opporgli le
verità ufficiali e argomentate della Casa Bianca e del Senato americano, e
chiedere a un disinvolto ma onesto servitore del doppio stato come Pio Pompa,
da lui distrutto, di collaborare con noi, supremo sberleffo e atto dovuto. Se
sbagliava gravemente sul caso Rostagno, con conseguenze penose per un sacco di
gente buona, lo pizzicavamo con una certa voluttà a titolo di risarcimento per
le sue vittime. Se si avventava su Berlusconi per i suoi cazzi privati, con
effetti devastanti, parlavamo di pornogiornalismo e gli rivolgevamo contro
l’accusa a lui cara di sexual addiction, dipendenza dal sesso. Su questi e
cento altri dossier il buon cronista aveva dalla sua i fatti e le fonti, noi
l’interpretazione politica e civile, l’opinione. Una perfetta separazione di
fatti e opinioni, ma non nel senso immaginato dai maestri del giornalismo che
si dice anglosassone ed è scritto nel più puro italiano delle guerre di parte.
E’ caduto da soldato, per un incidente cardiaco in perlustrazione in sella a
una bicicletta, questo avversario di cui avevamo in qualche senso bisogno. Se
il mondo fosse popolato solo dalle nostre passioni e dai nostri errori, sarebbe
un incubo di noia, servono dannatamente anche le passioni e gli errori degli
altri. In Giuseppe D’Avanzo niente era gratuito, accademico, formale, tutto era
carnale e pazzescamente sentito in prima persona. Non è una questione di buona
fede, non ci permetteremmo mai di offendere un collega attribuendogli buona
coscienza. E’ una questione di vitalità, di pegni che si prendono e si lasciano
nel percorso tortuoso e ambiguo che si inizia con la nascita e si chiude
altrettanto a casaccio, scelti e incapaci di scegliere con tutta la nostra apparente
libertà.
Un giornalista che difende con
cipiglio la sua ditta, che la sceglie per ragioni e per istinti di vita, non
passa la sera a leggere Kant, non discetta, non fa lezioni; scuce balle e
verità alle sue fonti, invece, e si legge tutte le carte, anche quelle che
faranno da carburante alla macchina del fango.
Sapeva amare le cose belle, anche quando le trovava nel nostro cattivo giornale. Fu
capace di fair play, e il colpo basso tutto sommato era l’eccezione
professionale che confermava una regola umana e psicologica molto in disuso:
rispettare il nemico.
E’ stato triste apprendere in una
banale sera di vacanza che un così ferrigno faticatore di un mestiere tanto
controverso ed effimero aveva ceduto ed era morto d’improvviso a cinquantotto
anni.”
| inviato da lascolta il 2/8/2011 alle 11:16 | |
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