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30 settembre 2011
QUESTO BLOG SI E' TRASFERITO
| inviato da lascolta il 30/9/2011 alle 12:43 | |
11 agosto 2011
Referendum contro il Porcellum - Basta con i nominati in Parlamento
Oggi i parlamentari italiani sono nominati dai
segretari di partito.
Non rispondono ai cittadini, ma sono fedeli a chi li ha candidati.
La colpa è del porcellum, l’attuale legge elettorale, che prevede:
liste bloccate per la scelta dei parlamentari
possibilità di cambio di casacca in corsa per chi è pronto a tutto per
conservare il posto
regole diverse tra camera e senato, che determinano maggioranze instabili.
Il porcellum toglie ogni potere ai cittadini e aumenta la distanza tra politici
e persone.
Il porcellum va cancellato!
Il referendum permette di tornare alla
legge precedente, il mattarellum, che prevede:
- l’elezione dei parlamentari in collegi territoriali
- eletti che rispondono ai cittadini
- chiarezza del vincitore, in ogni collegio e in Italia.
Firma per il referendum, vota per ri-eleggere il parlamento, scegli di far
parte del cambiamento
Su Facebook il gruppo lo
trovate QUI
| inviato da lascolta il 11/8/2011 alle 11:11 | |
9 agosto 2011
A.A.A. Politica: cercansi testimoni di gratuità
La pura gratuità del servizio: questo lo stile di vita – sono venuto per servire - che è il cuore, il fine
educativo stesso di una credibile proposta cristiana, in particolare per chi l’ha
ricevuta nello scoutismo.
Sono profondamente convinto che
qui sta la chiave di volta, la leva capace di far saltare le
logiche dell’accumulo, del possesso e dell’apparente libertà del
disporre totalmente di se stessi.
Quelle logiche, davanti alla scandalosa
nudità del Servizio, si rivelano
nulla più di un mito autocentrato, un’ esaltazione dell’ego realizzato, una nitida, disperata solitudine.
Il Servizio ha un valore universale
e contagioso per tutti. Che fa scolorire le tante proposte di questi giorni – inapplicate
e inapplicabili – sul cosiddetto contenimento dei costi della politica.
Chi viene eletto dal popolo, ha
scelto liberamente di servire il paese e
i suoi cittadini tutti (non solo i suoi elettori). E allora dobbiamo andare
oltre l’anagrafe degli eletti, pia richiesta dei Radicali di una maggior
trasparenza sui beni e i redditi dei nostri rappresentanti: che regolarmente se
ne impipano. 
- Tra quanti vengono eletti dal
popolo, a tutti i livelli di rappresentanza, ci sarà un giusto che si impegni – liberamente – a non percepire
un salario per quello che è l’onore di servire il suo paese?
- Ci sarà chi rinuncia allo stipendio di parlamentare
(di consigliere comunale-regionale-provinciale) – devolvendolo non al partito
(non ci interessa il modello PCI, Primo Greganti non era che un mariuolo come
gli altri), ma alla Caritas, a Medici senza Frontiere o anche allo stesso
bilancio dello Stato?
- Le soluzioni tecniche possono
essere diverse, l’importante è il cuore del messaggio: chi davvero ritiene che “la politica è la più alta forma della Carità”,
come diceva Paolo VI, è disposto ad agire di conseguenza e a rinunciare a farsi
pagare per svolgere un Servizio?
| inviato da lascolta il 9/8/2011 alle 13:40 | |
3 agosto 2011
intotheMedbelt - Un nuovo blog
Un'idea semplice, un seme: un nuovo blog a più mani
sulla realtà
del nuovo Mediterraneo.
| inviato da lascolta il 3/8/2011 alle 16:55 | |
2 agosto 2011
L’onore delle armi: Ferrara vs D’Avanzo. Quando scrivere non è un esercizio inutile.
Esecrando ed
esecrabile quanto si vuole, ma se Ferrara non ci fosse la scena politica e
quella del giornalismo sarebbero insipide assai. Personalmente sono stato d’accordo con diverse delle ultime battaglie
di Giuseppe
D’Avanzo – quella sulle canne di Martelli no, per esempio (ma guarda
cosa ti va a scovare! ). La destra lo ha
sempre tacciato di moralismo un tanto al chilo, ma le sue inchieste erano ben
documentate, e dove necessario suppliva una passione giornalistica autentica. Questo pezzo dell’Elefantino ha
l’imprinting della colleganza tra giornalisti di razza: oggi in Italia solo un
Francesco Merlo saprebbe esserne all’altezza.

“La
morte precoce di un amico e quella di un avversario sono la
stessa cosa, sono la fine di un legame. In tanti anni il lavoro giornalistico di Giuseppe
D’Avanzo, sepolto a Roma dai suoi cari e da una comunità professionale e umana
che molto lo amava, era diventato per alcuni di noi ciò che ami detestare.
Scriveva piuttosto bene, si faceva leggere con i suoi scoop e le sue campagne,
e questo lo rendeva ancora più irritante. Infinite le polemiche con questo
giornale, con un tocco perfido ma a suo modo cavalleresco da parte sua.
Destrutturare un pezzo d’accusa di quel cronista dalle fonti profonde,
decostruirlo in termini di visione morale delle cose, di analisi politica, e in
certi casi di controfattualità, era ormai un impegno di produzione perverso, ma
necessario, della nostra fabbrichetta. Il tipo umano, appena sfiorato, non era
malaccio, con il suo registro malinconico, i baffoni, gli occhi grandi, le
fatiche e le spropositate passioni e faziosità civili.
Se il soldato D’Avanzo era contro Martelli per storielle di marijuana,
l’istinto militare portava a difendere Martelli e perfino le sue stupide
vacanze africane. Se era contro il generale Niccolò Pollari e con la Cia
separata di Parigi contro la guerra di Bush Jr., pensavamo giusto opporgli le
verità ufficiali e argomentate della Casa Bianca e del Senato americano, e
chiedere a un disinvolto ma onesto servitore del doppio stato come Pio Pompa,
da lui distrutto, di collaborare con noi, supremo sberleffo e atto dovuto. Se
sbagliava gravemente sul caso Rostagno, con conseguenze penose per un sacco di
gente buona, lo pizzicavamo con una certa voluttà a titolo di risarcimento per
le sue vittime. Se si avventava su Berlusconi per i suoi cazzi privati, con
effetti devastanti, parlavamo di pornogiornalismo e gli rivolgevamo contro
l’accusa a lui cara di sexual addiction, dipendenza dal sesso. Su questi e
cento altri dossier il buon cronista aveva dalla sua i fatti e le fonti, noi
l’interpretazione politica e civile, l’opinione. Una perfetta separazione di
fatti e opinioni, ma non nel senso immaginato dai maestri del giornalismo che
si dice anglosassone ed è scritto nel più puro italiano delle guerre di parte.
E’ caduto da soldato, per un incidente cardiaco in perlustrazione in sella a
una bicicletta, questo avversario di cui avevamo in qualche senso bisogno. Se
il mondo fosse popolato solo dalle nostre passioni e dai nostri errori, sarebbe
un incubo di noia, servono dannatamente anche le passioni e gli errori degli
altri. In Giuseppe D’Avanzo niente era gratuito, accademico, formale, tutto era
carnale e pazzescamente sentito in prima persona. Non è una questione di buona
fede, non ci permetteremmo mai di offendere un collega attribuendogli buona
coscienza. E’ una questione di vitalità, di pegni che si prendono e si lasciano
nel percorso tortuoso e ambiguo che si inizia con la nascita e si chiude
altrettanto a casaccio, scelti e incapaci di scegliere con tutta la nostra apparente
libertà.
Un giornalista che difende con
cipiglio la sua ditta, che la sceglie per ragioni e per istinti di vita, non
passa la sera a leggere Kant, non discetta, non fa lezioni; scuce balle e
verità alle sue fonti, invece, e si legge tutte le carte, anche quelle che
faranno da carburante alla macchina del fango.
Sapeva amare le cose belle, anche quando le trovava nel nostro cattivo giornale. Fu
capace di fair play, e il colpo basso tutto sommato era l’eccezione
professionale che confermava una regola umana e psicologica molto in disuso:
rispettare il nemico.
E’ stato triste apprendere in una
banale sera di vacanza che un così ferrigno faticatore di un mestiere tanto
controverso ed effimero aveva ceduto ed era morto d’improvviso a cinquantotto
anni.”
| inviato da lascolta il 2/8/2011 alle 11:16 | |
27 luglio 2011
Da Oslo a Borghezio: la deriva identitaria degli “atei devoti”
Nello
stesso giorno in cui Borghezio esprimeva - lucidamente e conseguentemente - la sua comunanza
ideale di ultrà ipercattolico e antislamico con l’assassino della capitale
norvegese, Giuliano Ferrara –
personaggio lontano dalle fanfaronate in camicia verde- articolava sul Foglio
un’appassionata e al solito forbita difesa della propria ormai storica posizione
di “ateo devoto”.
Quella “battaglia culturale” , intrapresa in difesa dell’identità dell’Occidente
intorno al nocciolo solido del cattolicesimo, ha avuto negli anni fior di
estimatori: in primis la Cei del Card. Ruini, che a quella
linea diede dignità teologica e efficacia socio-politica; per non dire dei parlamentari
Teocon sparsi qui e là, dalla Binetti via via a digradare verso Buttiglione. Quagliarella
no, Gasparri tanto meno: i leghisti poi non se la filavano proprio, tutti presi
dal dio Po. In
ambito ecclesiale quella rispettabile concezione è alla base della visione “culturale”
concordataria, propria ad esempio dell’insegnamento della religione cattolica
nella scuola. Ad essa son stato personalmente disposto a dar credito,
consapevole del tessuto profondo della società e del nostro paesaggio, tra
conventi e splendide cattedrali. Ad essa mi è parso che Papa Benedetto stesse
fornendo un’interpretazione meno biecamente politica, sostanziandola anzi di
più profonde motivazioni del credere.
Ma è
questo il punto, credere in Gesù Cristo, Figlio di
Dio e dell’uomo ! Tra le gelide acque di Utoya
rischia di affondare lo sterile percorso degli “atei devoti”. E’ tempo
di riflettere sui frutti perversi di una strategia errata: così come le pedagogiche
aperture ratzingeriane sull’ “Etsi Deus daretur” e la (pessima) vittoria astensionista
sulla procreazione assistita. E' ormai tempo che la Chiesa non dia più credito a
quella via e si dedichi piuttosto - pienamente e opportunamente- alla ripresa dell’annuncio,
con l’evangelizzazione e la catechesi nelle troppe parrocchie deserte. 
In quanti
hanno avuto il dono della fede, e umilmente se
ne riconoscono senza meriti beneficiati, ho sempre alla fine trovato, con
fatiche e incomprensioni, il filo di un discorso che sa d’avere in un Altro il
suo fondamento e la sua ultima Verità. In chi
si accoda senza fede né pathos – e con qualche
calcolo - al culto idealizzato di una Cristianità circondata, non sono al
contrario riuscito ad incontrare altro se non anniscosta superbia:
sfavillante, uncorrect,
teologante: ma pur sempre diabolica superbia.
| inviato da lascolta il 27/7/2011 alle 14:21 | |
26 luglio 2011
ZORZO – Il bipolarismo è una gabbia? Solo per gli irresponsabili
Giorgio su GAZEBOS ! giustamente insiste: niente
inciuci proporzionalisti, l’unico lascito decente di questo ventennio è il
bipolarismo.
 Certo, noi si dovrà pur sempre inventarci un Obama, ma al
momento il problema, per la prima volta dal 1994, attanaglia anche la destra…
| inviato da lascolta il 26/7/2011 alle 15:25 | |
21 luglio 2011
EL NINO- Non è il fallimento del neoliberismo,bensì il suo inveramento
Dieci anni fa il G8 a Genova.
I potenti asserragliati
nella zona rossa; le legittime – e anche giuste, ora lo capiscono quasi tutti –
manifestazioni di protesta no-global, alter-mondiste e di semplici cittadini.
La repressione selvaggia, di stampo
cileno, di polizia e carabinieri; i loro vigliacchi e abominevoli
crimini.
La violenza dei globalizzatori perpetrata dai loro peggiori agenti in
divisa e in borghese, con la regia attiva, quasi esibita, di esponenti di primo
piano del governo della destra che cercano oggi di riciclarsi in doppiopetto e
si autodefiniscono moderati.
La morte di Carlo Giuliani.
Poi – ora – le crisi
ambientale, finanziaria, economica e sociale; le bugie; le
chiacchiere contrabbandate da spiegazioni; e l’abbaglio
anche di una parte della sinistra che parla di fallimento
del neoliberismo.
Ma quale fallimento? Come si fa a parlare di fallimento quando sono stati
conseguiti tutti gli obiettivi principali del neoliberismo?
E cioè:
·
Globalizzazione finanziaria e militare
(con relative guerre e insicurezza internazionale) per il vantaggio di
pochissimi;
·
Deregulation, privatizzazioni,
dissolvimento dell’economia mista e ridimensionamento dello stato sociale;
·
Finanziarizzazione dell’economia e
perfino degli altri settori della società (società
di mercato, ormai);
·
Estrazione di valore dalla natura
e conseguenti disastri ambientali;
·
Estrazione di valore dalle persone
e conseguenti disastri sociali;
·
Assoggettamento del mondo del lavoro:
compressione dei diritti e dei salari (che in Italia sono fermi agli anni
Novanta e in Usa agli anni Settanta, in termini reali):
·
Trasferimento di enormi quote di
ricchezza e di reddito dal lavoro al capitale (essenzialmente alle rendite),
dalle tasche dei lavoratori a quelle di imprenditori-finanzieri:
·
Arricchimento, a volte iperbolico, di
altre ristrette cerchie di persone: di manager, di professionisti, dello star system (spettacolo, sport, media,
politica), dei malavitosi;
·
Progressivo, inarrestabile impoverimento
delle classi medie e medio-basse;
·
Varie altre cose che tralascio per
brevità.
Non è propaganda e non sono neppure opinioni o interpretazioni, mie
personali o dei kommunisti. Sono
fatti, accertati, incontrovertibili.
Fatti certificati dai dati – i famosi numeri
a volte branditi come clave – disponibili, accessibili a tutti, pubblicati da
fonti ufficiali nazionali e internazionali.
Dati che descrivono una realtà che può piacere o meno, ma che non può
essere negata. Quelli che la vanno negando mentono o ignorano.
Non penso affatto che quelle crisi siano da
comprendere tra gli obiettivi del neoliberismo finanziario.
Ma ne sono un effetto,
una delle conseguenze (i famosi danni collaterali, si direbbe in gergo militare).
Certamente non
imprevedibili.
E infatti previste da
pochi intellettuali, che non si sono arresi al pensiero
unico (tra loro non può essere annoverato Tremonti), che hanno
scritto, denunciato, messo in guardia.
E intuite, percepite, drammaticamente vissute da
moltissimi cittadini comuni – giovani e non – che hanno sfilato per le città
del mondo per anni e anni; un’infima minoranza dei quali si è anche
macchiata di atti di violenza, da condannare senza mezzi termini, che hanno
causato danni quantificabili anche in qualche milione di dollari o di euro.
Ma i soli
danni materiali finanziariamente determinabili (unicamente la distruzione di ricchezza,
cioè) delle crisi prodotte da finanzcapitalismo (per usare un’efficace espressione di Luciano Gallino), ammontano a centinaia di trilioni di dollari e di euro.
E forse molti di più, perché la stima cresce man mano che gli studi vengono
approfonditi.
Ci si può e ci si deve
confrontare, si può e si deve discutere sulle azioni da fare, sulle concrete
politiche da attuare, per mitigare i rigori di quelle crisi e – forse – per
tracciare la famosa, quasi mitica, exit
strategy. Ma non si può e non si
deve travisare la realtà dei fatti.
Come non si può e non si
deve dire che Carlo Giuliani fu vittima della paura di un altro giovane come lui, che morì per
una malaugurata casualità, che venne ucciso da una pallottola di rimbalzo.
Un caro saluto a tutte e
a tutti. Nino
- El Nino è Antonino Andreotti, economista per
passione di equità e giustizia -
| inviato da lascolta il 21/7/2011 alle 12:6 | |
14 luglio 2011
Il silenzio del Grande Comunicatore e il Web 2.0
Massimo Giannini ha pienamente colto,
e pianamente qui
esposto, la valenza politica di un Berlusconi silente. Altro si potrebbe aggiungere: il
fiato sul collo dei mercati finanziari, i “personali” problemi giudiziari e
oggi anche patrimoniali, le fibrillazioni della maggioranza intorno al Tremonti
ferito; il presidenzialismo strisciante sotteso agli interventi di Re Giorgio. Il fenomeno (ché di “fenomeno”
certo si tratta: Silvio silenzioso?! e quando mai – e quando ci ricapita?) va a parer mio osservato anche come il
manifestarsi paradigmatico, nel campo decisivo della comunicazione di massa, del cambiamento
epocale venuto a maturazione in questo 2011. Un vero giro di decennio, come l’11 Settembre 2001. Pochi ma sostanziali gli eventi
da prendere in considerazione:
-
la primavera araba, le “rivoluzioni” dei gelsomini;
-
il terremoto e lo tsunami in Giappone;
-
la cattura di Bin Laden;
-
le amministrative a Milano e Napoli e la vittoria
dei Referendum;
-
quel presidente del Consiglio, proprio lui, colpito
da un’irrefrenabile afonia.
Il punto è l’inadeguatezza ormai manifesta del messaggio top-down che, a
partire dai rutilanti 80s reganiani, ha
dominato fin qui la scena comunicativa e le campagne di marketing, fossero esse
campagne politiche oppure usuale advertising
generalista.
Nel 1994 fu l’uomo di Arcore
che, con indubbia capacità imprenditoriale e comunicativa, incarnò al meglio quel
messaggio, sbaragliando le pur favorite truppe dei Progressisti: nelle cose d’immagine
di molto conservatori, peraltro (e con quali strascichi, sino all’oggi
bersaniano!) . Forte dell’esperienza di
Publitalia, egli propagò nell’Italia immota la forza del brand, i gadget, il
sorriso sempiterno e il “sole in tasca” dei bravi venditori. I circoli di Forza
Italia si moltiplicarono, secondo sperimentate tecniche piramidali. I messaggi
televisivi di colui che aveva creato nel paese– certo, con qualche aiutino…- la
tv commerciale esplosero sui nostri schermi, ancora intenti a digerire la “modernità”
del colore e la lottizzazione della Rai. Il famoso espediente della
calza a velare la telecamera, per dare un’aura soffusa alle immagini del
leader, diede al contenuto innovativo di quei messaggi il tocco rassicurante
del buon artigianato: e andò come sappiamo, per più di tre lustri.
Da tempo tuttavia qualcosa
stava cambiando. Iniziarono i no-global, già
intorno al 1999, a convocare i loro Social Forum attraverso il solo tam-tam
della rete; poi il movimento contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 fece scendere in piazza in
tutto il mondo milioni di persone. Infine – e soprattutto – Obama.  Senza andare al merito delle
ragioni politiche, il declino del berlusconismo sta rendendo evidente a tutti
come il change avvenuto nelle
modalità comunicative diffuse abbia innescato un evidente corto circuito nel luccicante mondo, all’improvviso datato e un po’
fané, della comunicazione massiva del
trascorso ventennio. Questo a causa del progressivo,
capillare diffondersi non già di Internet, ma di un diverso modo di vivere la Rete e le sue relazioni; in uno
slogan, del Web 2.0: con i suoi
blog, il peer to peer, il suo
giornalismo diffuso e soprattutto con l’esplosione dei social-network. Facebook, Twitter, Flickr, Linkedin
e tanti altri, oggi anche Google + : laboratori intensivi di interscambi
comunicativi fittissimi e mai più, mai
più unidirezionali. Certo, come correttamente osserva
Giovanna Cosenza, “proprio gli ambienti ritenuti più tipici del web 2.0 – da YouTube
a Facebook, alle piattaforme di blogging – sono di fatto posseduti e gestiti
dalle omonime aziende multinazionali, e fra una multinazionale e un comune
utente web ci sono enormi asimmetrie economiche, organizzative e comunicative”;
ciò detto, quel che qui mi preme notare è l’emersione
potente e globale dello stile comunicativo proprio del web 2.0. Uno stile di libertà , attenzione, che può anche essere “taroccato” –
nell’accezione più bieca – o professionalmente indirizzato: ché l’apparente
semplicità dei social-network è sempre innervata da un’elevata complessità
progettuale ed editoriale; e con quest’ultima non si improvvisa. Rimane l’indubbia forza di una
modalità di interazione, in cui ciascuno
è al contempo creatore e fruitore, che im-mediatamente si riversa nel
grande flusso della comunicazione globale: lascio a chi legge il cogliere i
nessi causali tra i grandi accadimenti del 2011 e questo nuovo paradigma comunicativo,
fuoriuscito in fretta dalle cantine dei neerds
e giunto oggi ad annichilire persino il vecchio, Grande Comunicatore.
| inviato da lascolta il 14/7/2011 alle 16:13 | |
13 luglio 2011
ZORZO - Il PD tra Togliatti e De Gasperi
Ardita e
puntuta metafora
post-bellica, curata da Giorgio Benigni
su GAZEBOS!
Ancora
sul PD e i referendum elettorali: noi vogliamo che il dibattito prosegua.

Perché
le regole, le istituzioni e i loro rapporti sono il campo dove la politica
davvero si gioca;
perché una
nuova partita possa iniziare, su campi finalmente riformati e rinnovati.
| inviato da lascolta il 13/7/2011 alle 16:46 | |
12 luglio 2011
Lo scossone e gli Anni Ottanta
Una bella scossa all’albero,
così che le mele le raccolgano sempre i soliti noti.
Questa è la fase finanziaria in
corso, con l’Italia e l’Euro sotto il tiro incrociato delle pessime agenzie di
rating (apprendiste stregone già nella crisi del 2008, amiche e sodali dei
Warren Buffett). Anzi, l’ennesima ottima occasione offerta a lorsignori per riempirsi
le tasche a prezzi di saldo. Non siamo la Grecia: questo è
vero, ancorché sia il mantra di un
commercialista di Lorenzago, con qualche amico un po’ così, assurto nel deserto
a pensoso dominus dell’economia
nazionale. La sua idea degli eurobond (ma com’è che nessuno la
ricorda in queste ore?) poteva persino essere un buon tentativo per ridar fiato
per tempo a madama Europa. Ancor meglio, si vadano a leggere le vituperate
quanto profetiche contromisure che già nel 1999 suggeriva il Segretario dell’ONU
Kofi Annan, quale ad esempio la costituzione di un Consiglio Mondiale della
Sicurezza economica: naturalmente mai prese in considerazione, per non
disturbare i manovratori.
E’ il rovinoso tran-tran della
più perversa globalizzazione, distruttrice di valore e di valori, che si
abbatte in queste ore (ma poi passa, per ricominciare più in là…) sull’Italia in
crisi di legittimazione su tutti i piani, al termine del ciclo berlusconiano,
in assenza di solide ricette alternative.
E’ una crisi di sistema, che paga lo scotto del trascinamento dei
problemi da parte dei beneficiari primi di chi questo gigantesco nostro debito
pubblico lo ha messo in piedi negli 80s, all’epoca della Milano da bere e nella
Rometta andreottiana. Nei pochi anni dell’Ulivo quel
debito venne affrontato e ridotto, sino all’ingresso nell’Euro. Fu un attimo: poi i nipotini stolti
e bricconi dei Craxi e dei Forlani hanno ripreso a giocare alle cicale
impazzite.
Tutti questi attori , per un
verso o per l’altro, hanno mancato nel non provare nemmeno ad adeguare la
forma-paese: ne hanno avuto il modo e il tempo. Lo stesso Cinghialone d’antan , col giovine Claudio Martelli (Meriti
e bisogni - Rimini 1982) aveva visto lungo, per un fugace istante:
bipolarismo+presidenzialismo, per un nuovo disegno della costituzione materiale
di un paese pensato come più forte e condiviso. Poi le meritate monetine del
Raphael, e questo lungo, irrisolto inverno.
Ad onor del vero, il Veltroni
del Lingotto lasciò intravvedere uno spiraglio, salvo incartarsi in pochi mesi. Lo scontro in atto oggi nel PD
sulla legge elettorale (proporzionalisti vs bipolaristi) è la cartina di tornasole di una
consapevolezza antica, così come di una più recente manchevolezza. D’altro
canto, il Cav. riformatore di cui favoleggia Ferrara è ben rappresentato dalla
sagoma di cartone sul palco del Capranichetta: nulla di più, e molto, parecchio
di meno.
| inviato da lascolta il 12/7/2011 alle 18:12 | |
6 luglio 2011
ZORZO – Chi è che vuole normalizzare il “bel vento” di Milano e dei referendum?

Non sono solo i dalemiani. Anche Repubblica mette un
tigre nel Gotor…
Leggilo su GAZEBOS!
| inviato da lascolta il 6/7/2011 alle 17:14 | |
1 luglio 2011
Tremonti e i SUV
Per un attimo ci avevo sperato. Ma il SUV è ontologicamente consustanziale a questa destra.
Bé, pisciamoci sopra.

| inviato da lascolta il 1/7/2011 alle 11:45 | |
30 giugno 2011
ZORZO-Primarie di coalizione, antidoto al “partito-comunità”
Giorgio
Benigni su GAZEBOS difende le primarie
di coalizione,
mentre in rete compare TamTam
democratico
e qui e là si riaffaccia la tentazione novecentesca del “partito-comunità”
(quod Deus advertat!)
 Zorzo è membro effettivo del Cominform; si occupa di politiche
istituzionali e di (quasi) tre pargoli
| inviato da lascolta il 30/6/2011 alle 10:57 | |
24 giugno 2011
EL NINO -Scelte impopolari? Le gestissero quelli che hanno lucrato sulla crisi!
Banchieri, imprenditori,
economisti, sindacati, politici e l’immarcescibile Marcegaglia (che assomiglia
sempre più ad Antonio D’Amato) denunciano gli immensi danni già prodotti e i
gravi pericoli cui la crisi ci espone. Versano lacrime di coccodrillo,
nascondendo le proprie pesantissime responsabilità, e si lanciano in tardive
diagnosi e improbabili – alcune potenzialmente letali – terapie.
Come nessuna/nessuno di loro si chiamasse
Pasquale
(per usare una famosa espressione del Principe de Curtis). Come se la parte peggiore
dell’Italia fossimo veramente noi e non loro, con tutte le Pn che hanno messo
alacremente in piedi in questi anni. Come se il problema – ridotto
all’osso – non fosse sintetizzabile in poche questioni: quali le principali cause di questa terribile crisi?
Cosa si può fare per rimuoverle e per uscirne? Stiamo sulla buona strada o
marciamo in senso opposto? Chi deve sostenere
l’onere principale dei costi da sopportare (tra cui il debito
pubblico e quello privato)?
Lo so che è più facile porre
domande che dare risposte; ma so anche che se ci poniamo le domande giuste non
troveremo mai delle risposte quanto meno plausibili. Una domanda per tutte, a titolo
d’esempio: l’immane trasferimento di reddito
e ricchezza avvenuto nell’ultimo ventennio da larghissimi strati sociali medi e
medio bassi verso pochi ricchissimi e ricchi, dal lavoro
al capitale, rientra tra i fattori di crisi?
Se la risposta è affermativa,
occorre evidentemente invertire la rotta. O no? Mica pretendo di darla io la
risposta.Ma se economisti (autentici…) del calibro di Krugman, Rodrik, Roubini, Sen, Stiglitz,
nessuno dei quali è mai stato kommunista
– tanto per citare solo i più conosciuti – ce lo vanno ripetendo da parecchi
anni, penso che l’ipotesi vada presa in seria considerazione.  Questo è uno dei punti che, secondo
me, l’insieme delle forze di sinistra, un po’ più a sinistra, centrosinistra,
quasi sinistra, ecc., deve affrontare senza ambiguità, senza ma anche, in termini netti, per poter
definire obiettivi e tracciare strategie chiare. E piantare fin d’ora qualche
solido paletto. E fin d’ora urlare qualche sonoro NO. Avrebbe dovuto farlo da parecchio
tempo; ma meglio tardi che mai. Altrimenti, quand’anche dovesse
vincere le prossime elezioni, farebbe la fine di Brown, Zapatero, Papandreu: e
cioè fare il lavoro sporco, le proverbiali scelte impopolari. Abbiamo già dato. Oppure … la prima volta come dramma la seconda come farsa!
Un caro saluto a tutte e a tutti. Nino
- El Nino è Antonino Andreotti, economista per
passione di equità e giustizia -
| inviato da lascolta il 24/6/2011 alle 14:30 | |
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