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"Su scolte alle torri guardie armate
  attente in silenzio vigilate" 
(antico inno comunale di Assisi)


 

 

Agesci Roma 144    
“Nessun profumo vale l’odore di quel fuoco (B.P.)”

 

Fagiano Economo

Valpolicella

1977  "Un pettirosso in gabbia / mette il cielo intero in furore" (W. Blake)

  OGGI OFFRO IO!

 

 

 


  


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amo ventotene

  Il discorso alla luna

    "Come una specie di sorriso" - Mauro Biani canta De André           

 

         Marco
 

 
 

 


30 settembre 2011

29 settembre San Michele Arcangelo

Questo blog si ferma qui. Altrove e altrimenti prosegue il suo cammino. 
Grazie a tutti !
Michele
 





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11 agosto 2011

Referendum contro il Porcellum - Basta con i nominati in Parlamento


Oggi i parlamentari italiani sono nominati dai segretari di partito.
Non rispondono ai cittadini, ma sono fedeli a chi li ha candidati.

La colpa è del porcellum, l’attuale legge elettorale, che prevede:
liste bloccate per la scelta dei parlamentari
possibilità di cambio di casacca in corsa per chi è pronto a tutto per conservare il posto
regole diverse tra camera e senato, che determinano maggioranze instabili.

Il porcellum toglie ogni potere ai cittadini e aumenta la distanza tra politici e persone.
Il porcellum va cancellato!

Il referendum permette di tornare alla legge precedente, il mattarellum, che prevede:

- l’elezione dei parlamentari in collegi territoriali
- eletti che rispondono ai cittadini
- chiarezza del vincitore, in ogni collegio e in Italia.

Firma per il referendum, vota per ri-eleggere il parlamento, scegli di far parte del cambiamento

 Su Facebook il gruppo lo trovate QUI




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9 agosto 2011

A.A.A. Politica: cercansi testimoni di gratuità

La pura gratuità del servizio: questo lo stile di vita – sono venuto per servire - che è il cuore, il fine educativo stesso di una credibile proposta cristiana, in particolare per chi l’ha ricevuta nello scoutismo.

Sono profondamente convinto che qui sta la chiave di volta, la leva capace di far saltare le logiche dell’accumulo, del possesso e dell’apparente libertà del disporre totalmente di se stessi.

Quelle logiche, davanti alla scandalosa nudità del Servizio,  si rivelano nulla più di un mito autocentrato, un’ esaltazione dell’ego realizzato, una nitida, disperata solitudine.

Il Servizio ha un valore universale e contagioso per tutti. Che fa scolorire le tante proposte di questi giorni – inapplicate e inapplicabili – sul cosiddetto contenimento dei costi della politica.

Chi viene eletto dal popolo, ha scelto liberamente di servire il  paese e i suoi cittadini tutti (non solo i suoi elettori). E allora dobbiamo andare oltre l’anagrafe degli eletti, pia richiesta dei Radicali di una maggior trasparenza sui beni e i redditi dei nostri rappresentanti: che regolarmente se ne impipano.

                                                 
    

  • Tra quanti vengono eletti dal popolo, a tutti i livelli di rappresentanza, ci sarà un giusto che si impegni – liberamente – a non percepire un salario per quello che è l’onore di servire il suo paese?
  • Ci sarà chi rinuncia allo stipendio di parlamentare (di consigliere comunale-regionale-provinciale) – devolvendolo non al partito (non ci interessa il modello PCI, Primo Greganti non era che un mariuolo come gli altri), ma alla Caritas, a Medici senza Frontiere o anche allo stesso bilancio dello Stato?
  • Le soluzioni tecniche possono essere diverse, l’importante è il cuore del messaggio: chi davvero ritiene che “la politica è la più alta forma della Carità”, come diceva Paolo VI, è disposto ad agire di conseguenza e a rinunciare a farsi pagare per svolgere un Servizio?




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3 agosto 2011

intotheMedbelt - Un nuovo blog

Un'idea semplice, un seme: un nuovo blog a più mani
sulla realtà
del nuovo Mediterraneo.
Idee, voci, emozioni e analisi: in to the Med-belt





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2 agosto 2011

L’onore delle armi: Ferrara vs D’Avanzo. Quando scrivere non è un esercizio inutile.

Esecrando ed esecrabile quanto si vuole, ma se Ferrara non ci fosse la scena politica e quella del giornalismo sarebbero insipide assai. Personalmente sono stato  d’accordo con diverse delle ultime battaglie di Giuseppe D’Avanzo – quella sulle canne di Martelli no, per esempio (ma guarda cosa ti va a scovare! ).
La destra lo ha sempre tacciato di moralismo un tanto al chilo, ma le sue inchieste erano ben documentate, e dove necessario suppliva una passione giornalistica autentica.
Questo pezzo dell’Elefantino ha l’imprinting della colleganza tra giornalisti di razza: oggi in Italia solo un Francesco Merlo saprebbe esserne all’altezza.

                                                            

La morte precoce di un amico e quella di un avversario sono la stessa cosa, sono la fine di un legame. In tanti anni il lavoro giornalistico di Giuseppe D’Avanzo, sepolto a Roma dai suoi cari e da una comunità professionale e umana che molto lo amava, era diventato per alcuni di noi ciò che ami detestare. Scriveva piuttosto bene, si faceva leggere con i suoi scoop e le sue campagne, e questo lo rendeva ancora più irritante. Infinite le polemiche con questo giornale, con un tocco perfido ma a suo modo cavalleresco da parte sua. Destrutturare un pezzo d’accusa di quel cronista dalle fonti profonde, decostruirlo in termini di visione morale delle cose, di analisi politica, e in certi casi di controfattualità, era ormai un impegno di produzione perverso, ma necessario, della nostra fabbrichetta. Il tipo umano, appena sfiorato, non era malaccio, con il suo registro malinconico, i baffoni, gli occhi grandi, le fatiche e le spropositate passioni e faziosità civili.

Se il soldato D’Avanzo era contro Martelli per storielle di marijuana, l’istinto militare portava a difendere Martelli e perfino le sue stupide vacanze africane. Se era contro il generale Niccolò Pollari e con la Cia separata di Parigi contro la guerra di Bush Jr., pensavamo giusto opporgli le verità ufficiali e argomentate della Casa Bianca e del Senato americano, e chiedere a un disinvolto ma onesto servitore del doppio stato come Pio Pompa, da lui distrutto, di collaborare con noi, supremo sberleffo e atto dovuto. Se sbagliava gravemente sul caso Rostagno, con conseguenze penose per un sacco di gente buona, lo pizzicavamo con una certa voluttà a titolo di risarcimento per le sue vittime. Se si avventava su Berlusconi per i suoi cazzi privati, con effetti devastanti, parlavamo di pornogiornalismo e gli rivolgevamo contro l’accusa a lui cara di sexual addiction, dipendenza dal sesso. Su questi e cento altri dossier il buon cronista aveva dalla sua i fatti e le fonti, noi l’interpretazione politica e civile, l’opinione. Una perfetta separazione di fatti e opinioni, ma non nel senso immaginato dai maestri del giornalismo che si dice anglosassone ed è scritto nel più puro italiano delle guerre di parte.

E’ caduto da soldato, per un incidente cardiaco in perlustrazione in sella a una bicicletta, questo avversario di cui avevamo in qualche senso bisogno. Se il mondo fosse popolato solo dalle nostre passioni e dai nostri errori, sarebbe un incubo di noia, servono dannatamente anche le passioni e gli errori degli altri. In Giuseppe D’Avanzo niente era gratuito, accademico, formale, tutto era carnale e pazzescamente sentito in prima persona. Non è una questione di buona fede, non ci permetteremmo mai di offendere un collega attribuendogli buona coscienza. E’ una questione di vitalità, di pegni che si prendono e si lasciano nel percorso tortuoso e ambiguo che si inizia con la nascita e si chiude altrettanto a casaccio, scelti e incapaci di scegliere con tutta la nostra apparente libertà.

Un giornalista che difende con cipiglio la sua ditta, che la sceglie per ragioni e per istinti di vita, non passa la sera a leggere Kant, non discetta, non fa lezioni; scuce balle e verità alle sue fonti, invece, e si legge tutte le carte, anche quelle che faranno da carburante alla macchina del fango.

Sapeva amare le cose belle, anche quando le trovava nel nostro cattivo giornale. Fu capace di fair play, e il colpo basso tutto sommato era l’eccezione professionale che confermava una regola umana e psicologica molto in disuso: rispettare il nemico.

E’ stato triste apprendere in una banale sera di vacanza che un così ferrigno faticatore di un mestiere tanto controverso ed effimero aveva ceduto ed era morto d’improvviso a cinquantotto anni.”




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27 luglio 2011

Da Oslo a Borghezio: la deriva identitaria degli “atei devoti”

Nello stesso giorno in cui Borghezio esprimeva  - lucidamente e conseguentemente - la sua comunanza ideale di ultrà ipercattolico e antislamico con l’assassino della capitale norvegese, Giuliano Ferrara – personaggio lontano dalle fanfaronate in camicia verde- articolava sul Foglio un’appassionata e al solito forbita difesa della propria ormai storica posizione di “ateo devoto”.

Quella “battaglia culturale” , intrapresa in difesa dell’identità dell’Occidente intorno al nocciolo solido del cattolicesimo, ha avuto negli anni fior di estimatori: in primis la Cei del Card. Ruini, che a quella linea diede dignità teologica e efficacia socio-politica; per non dire dei parlamentari Teocon sparsi qui e là, dalla Binetti via via a digradare verso Buttiglione.
Quagliarella no, Gasparri tanto meno: i leghisti poi non se la filavano proprio, tutti presi dal dio Po.
In ambito ecclesiale quella rispettabile concezione è alla base della visione “culturale” concordataria, propria ad esempio dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Ad essa son stato personalmente disposto a dar credito, consapevole del tessuto profondo della società e del nostro paesaggio, tra conventi e splendide cattedrali. Ad essa mi è parso che Papa Benedetto stesse fornendo un’interpretazione meno biecamente politica, sostanziandola anzi di più profonde motivazioni del credere.

Ma è questo il punto, credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio e dell’uomo ! Tra le gelide acque di Utoya rischia di affondare lo sterile percorso degli “atei devoti”.
E’ tempo di riflettere sui frutti perversi di una strategia errata: così come le pedagogiche aperture ratzingeriane sull’ “Etsi Deus daretur” e la (pessima) vittoria astensionista sulla procreazione assistita. E' ormai tempo che la Chiesa non dia più credito a quella via e si dedichi piuttosto - pienamente e opportunamente-  alla ripresa dell’annuncio, con l’evangelizzazione e la catechesi nelle troppe parrocchie deserte.

                   

In quanti hanno avuto il dono della fede, e umilmente se ne riconoscono senza meriti beneficiati, ho sempre alla fine trovato, con fatiche e incomprensioni, il filo di un discorso che sa d’avere in un Altro il suo fondamento e la sua ultima Verità.

In chi si accoda senza fede né pathos – e con qualche calcolo - al culto idealizzato di una Cristianità circondata, non sono al contrario riuscito ad incontrare altro se non anniscosta superbia:  sfavillante, uncorrect, teologante: ma pur sempre diabolica superbia.




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26 luglio 2011

ZORZO – Il bipolarismo è una gabbia? Solo per gli irresponsabili

Giorgio su GAZEBOS !  giustamente insiste: niente inciuci proporzionalisti, l’unico lascito decente di questo ventennio è il bipolarismo.

 
Certo, noi si dovrà pur sempre inventarci un Obama, ma al momento il problema, per la prima volta dal 1994, attanaglia anche la destra…




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21 luglio 2011

EL NINO- Non è il fallimento del neoliberismo,bensì il suo inveramento

Dieci anni fa il G8 a Genova.
I potenti asserragliati nella zona rossa; le legittime – e anche giuste, ora lo capiscono quasi tutti – manifestazioni di protesta no-global, alter-mondiste e di semplici cittadini.
La repressione selvaggia, di stampo cileno, di polizia e carabinieri; i loro vigliacchi e abominevoli crimini.
La violenza dei globalizzatori perpetrata dai loro peggiori agenti in divisa e in borghese, con la regia attiva, quasi esibita, di esponenti di primo piano del governo della destra che cercano oggi di riciclarsi in doppiopetto e si autodefiniscono moderati.
La morte di Carlo Giuliani.
 Poi – ora – le crisi ambientale, finanziaria, economica e sociale; le bugie; le chiacchiere contrabbandate da spiegazioni; e l’abbaglio anche di una parte della sinistra che parla di fallimento del neoliberismo.

 

Ma quale fallimento? Come si fa a parlare di fallimento quando sono stati conseguiti tutti gli obiettivi principali del neoliberismo?
E cioè:
·        
Globalizzazione finanziaria e militare (con relative guerre e insicurezza internazionale) per il vantaggio di pochissimi;
·        
Deregulation, privatizzazioni, dissolvimento dell’economia mista e ridimensionamento dello stato sociale;
·        
Finanziarizzazione dell’economia e perfino degli altri settori della società (società di mercato, ormai);
·        
Estrazione di valore dalla natura e conseguenti disastri ambientali;
·        
Estrazione di valore dalle persone e conseguenti disastri sociali;
·        
Assoggettamento del mondo del lavoro: compressione dei diritti e dei salari (che in Italia sono fermi agli anni Novanta e in Usa agli anni Settanta, in termini reali):
·        
Trasferimento di enormi quote di ricchezza e di reddito dal lavoro al capitale (essenzialmente alle rendite), dalle tasche dei lavoratori a quelle di imprenditori-finanzieri:
·        
Arricchimento, a volte iperbolico, di altre ristrette cerchie di persone: di manager, di professionisti, dello star system (spettacolo, sport, media, politica), dei malavitosi;
·        
Progressivo, inarrestabile impoverimento delle classi medie e medio-basse;
·        
Varie altre cose che tralascio per brevità.
 
Non è propaganda e non sono neppure opinioni o interpretazioni, mie personali o dei kommunisti. Sono fatti, accertati, incontrovertibili.
Fatti certificati dai dati – i famosi numeri a volte branditi come clave – disponibili, accessibili a tutti, pubblicati da fonti ufficiali nazionali e internazionali.
Dati che descrivono una realtà che può piacere o meno, ma che non può essere negata. Quelli che la vanno negando mentono o ignorano.

Non penso affatto che quelle crisi siano da comprendere tra gli obiettivi del neoliberismo finanziario.

Ma ne sono un effetto, una delle conseguenze (i famosi danni collaterali, si direbbe in gergo militare).
Certamente non imprevedibili.
E infatti previste da pochi intellettuali, che non si sono arresi al pensiero unico (tra loro non può essere annoverato Tremonti), che hanno scritto, denunciato, messo in guardia.
E intuite, percepite, drammaticamente vissute da moltissimi cittadini comuni – giovani e non – che hanno sfilato per le città del mondo per anni e anni; un’infima minoranza dei quali si è anche macchiata di atti di violenza, da condannare senza mezzi termini, che hanno causato danni quantificabili anche in qualche milione di dollari o di euro.
 Ma i soli danni materiali finanziariamente determinabili (unicamente la distruzione di ricchezza, cioè) delle crisi prodotte da finanzcapitalismo (per usare un’efficace espressione di Luciano Gallino), ammontano a centinaia di trilioni di dollari e di euro. E forse molti di più, perché la stima cresce man mano che gli studi vengono approfonditi.

Ci si può e ci si deve confrontare, si può e si deve discutere sulle azioni da fare, sulle concrete politiche da attuare, per mitigare i rigori di quelle crisi e – forse – per tracciare la famosa, quasi mitica, exit strategy. Ma non si può e non si deve travisare la realtà dei fatti.
Come non si può e non si deve dire che Carlo Giuliani fu vittima della paura di un altro giovane come lui, che morì per una malaugurata casualità, che venne ucciso da una pallottola di rimbalzo.
 
Un caro saluto a tutte e a tutti. Nino


- El Nino è Antonino Andreotti, economista per passione di equità e giustizia -




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14 luglio 2011

Il silenzio del Grande Comunicatore e il Web 2.0

Massimo Giannini ha pienamente colto, e pianamente qui esposto, la valenza politica di un Berlusconi silente.
Altro si potrebbe aggiungere: il fiato sul collo dei mercati finanziari, i “personali” problemi giudiziari e oggi anche patrimoniali, le fibrillazioni della maggioranza intorno al Tremonti ferito; il presidenzialismo strisciante sotteso agli interventi di Re Giorgio.
Il fenomeno (ché di “fenomeno” certo si tratta: Silvio silenzioso?! e quando mai – e quando ci ricapita?)  va a parer mio osservato anche come il manifestarsi paradigmatico, nel campo decisivo della comunicazione di massa, del cambiamento epocale venuto a maturazione in questo 2011.
Un vero giro di decennio, come l’11 Settembre 2001.
Pochi ma sostanziali gli eventi da prendere in considerazione:

 -          la primavera araba, le “rivoluzioni” dei gelsomini;

-          il terremoto e lo tsunami in Giappone;

-          la cattura di Bin Laden;

-          le amministrative a Milano e Napoli e la vittoria dei Referendum;

-          quel presidente del Consiglio, proprio lui, colpito da un’irrefrenabile afonia.

Il punto è l’inadeguatezza ormai manifesta del messaggio top-down che, a partire dai rutilanti 80s reganiani,  ha dominato fin qui la scena comunicativa e le campagne di marketing, fossero esse campagne politiche oppure usuale advertising generalista.

Nel 1994 fu l’uomo di Arcore che, con indubbia capacità imprenditoriale e comunicativa, incarnò al meglio quel messaggio, sbaragliando le pur favorite truppe dei Progressisti: nelle cose d’immagine di molto conservatori, peraltro (e con quali strascichi, sino all’oggi bersaniano!) .
Forte dell’esperienza di Publitalia, egli propagò nell’Italia immota la forza del brand, i gadget, il sorriso sempiterno e il “sole in tasca” dei bravi venditori. I circoli di Forza Italia si moltiplicarono, secondo sperimentate tecniche piramidali. I messaggi televisivi di colui che aveva creato nel paese– certo, con qualche aiutino…- la tv commerciale esplosero sui nostri schermi, ancora intenti a digerire la “modernità” del colore e la lottizzazione della Rai.
Il famoso espediente della calza a velare la telecamera, per dare un’aura soffusa alle immagini del leader, diede al contenuto innovativo di quei messaggi il tocco rassicurante del buon artigianato: e andò come sappiamo, per più di tre lustri.

Da tempo tuttavia qualcosa stava cambiando.
Iniziarono i no-global, già intorno al 1999, a convocare i loro Social Forum attraverso il solo tam-tam della rete; poi il movimento contro la guerra in Iraq, che il  15 febbraio 2003 fece scendere in piazza in tutto il mondo milioni di persone.
Infine – e soprattutto – Obama.

                   
    

Senza andare al merito delle ragioni politiche, il declino del berlusconismo sta rendendo evidente a tutti come il change avvenuto nelle modalità comunicative diffuse abbia innescato un evidente corto circuito nel luccicante mondo, all’improvviso datato e un po’ fané, della comunicazione massiva del trascorso ventennio.
Questo a causa del progressivo, capillare diffondersi non già di Internet, ma di un diverso modo di vivere la Rete e le sue relazioni; in uno slogan, del Web 2.0: con i suoi blog, il peer to peer, il suo giornalismo diffuso e soprattutto con l’esplosione dei social-network.
Facebook, Twitter, Flickr, Linkedin e tanti altri, oggi anche Google + : laboratori intensivi di interscambi comunicativi fittissimi e mai più, mai più unidirezionali.
Certo, come correttamente osserva Giovanna Cosenza, “proprio gli ambienti ritenuti più tipici del web 2.0 – da YouTube a Facebook, alle piattaforme di blogging – sono di fatto posseduti e gestiti dalle omonime aziende multinazionali, e fra una multinazionale e un comune utente web ci sono enormi asimmetrie economiche, organizzative e comunicative”; ciò detto, quel che qui mi preme notare è l’emersione potente e globale dello stile comunicativo proprio del web 2.0.

Uno stile di libertà , attenzione, che può anche essere “taroccato” – nell’accezione più bieca – o professionalmente indirizzato: ché l’apparente semplicità dei social-network è sempre innervata da un’elevata complessità progettuale ed editoriale; e con quest’ultima non si improvvisa.
Rimane l’indubbia forza di una modalità di interazione, in cui ciascuno è al contempo creatore e fruitore, che im-mediatamente si riversa nel grande flusso della comunicazione globale: lascio a chi legge il cogliere i nessi causali tra i grandi accadimenti del  2011 e questo nuovo paradigma comunicativo, fuoriuscito in fretta dalle cantine dei neerds e giunto oggi ad annichilire persino il vecchio, Grande Comunicatore.




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13 luglio 2011

ZORZO - Il PD tra Togliatti e De Gasperi

Ardita e puntuta metafora post-bellica, curata da Giorgio Benigni su GAZEBOS!

Ancora sul PD e i referendum elettorali: noi vogliamo che il dibattito prosegua.

 De Gasperi, Nenni e Togliatti nel 1947

 Perché le regole, le istituzioni e i loro rapporti sono il campo dove la politica davvero si gioca;

perché una nuova partita possa iniziare, su campi finalmente  riformati e rinnovati.

 




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12 luglio 2011

Lo scossone e gli Anni Ottanta

Una bella scossa all’albero, così che le mele le raccolgano sempre i soliti noti.

Questa è la fase finanziaria in corso, con l’Italia e l’Euro sotto il tiro incrociato delle pessime agenzie di rating (apprendiste stregone già nella crisi del 2008, amiche e sodali dei Warren Buffett). Anzi, l’ennesima ottima occasione offerta a lorsignori per riempirsi le tasche a prezzi di saldo.
Non siamo la Grecia: questo è vero, ancorché sia il mantra di un commercialista di Lorenzago, con qualche amico un po’ così, assurto nel deserto a pensoso dominus dell’economia nazionale.
La sua idea degli eurobond (ma com’è che nessuno la ricorda in queste ore?) poteva persino essere un buon tentativo per ridar fiato per tempo a madama Europa. Ancor meglio, si vadano a leggere le vituperate quanto profetiche contromisure che già nel 1999 suggeriva il Segretario dell’ONU Kofi Annan, quale ad esempio la costituzione di un Consiglio Mondiale della Sicurezza economica: naturalmente mai prese in considerazione, per non disturbare i manovratori.

E’ il rovinoso tran-tran della più perversa globalizzazione, distruttrice di valore e di valori, che si abbatte in queste ore (ma poi passa, per ricominciare più in là…) sull’Italia in crisi di legittimazione su tutti i piani, al termine del ciclo berlusconiano, in assenza di  solide ricette alternative.

E’ una crisi di sistema, che paga lo scotto del trascinamento dei problemi da parte dei beneficiari primi di chi questo gigantesco nostro debito pubblico lo ha messo in piedi negli 80s, all’epoca della Milano da bere e nella Rometta andreottiana.
Nei pochi anni dell’Ulivo quel debito venne affrontato e ridotto, sino all’ingresso nell’Euro.
Fu un attimo: poi i nipotini stolti e bricconi dei Craxi e dei Forlani hanno ripreso a giocare alle cicale impazzite.

Tutti questi attori , per un verso o per l’altro, hanno mancato nel non provare nemmeno ad adeguare la forma-paese: ne hanno avuto il modo e il tempo.
Lo stesso Cinghialone d’antan , col giovine Claudio Martelli (Meriti e bisogni - Rimini 1982) aveva visto lungo, per un fugace istante: bipolarismo+presidenzialismo, per un nuovo disegno della costituzione materiale di un paese pensato come più forte e condiviso.
Poi le meritate monetine del Raphael, e questo lungo, irrisolto inverno.

Ad onor del vero, il Veltroni del Lingotto lasciò intravvedere uno spiraglio, salvo incartarsi in pochi mesi.
Lo scontro in atto oggi nel PD sulla legge elettorale (proporzionalisti vs  bipolaristi) è la cartina di tornasole di una consapevolezza antica, così come di una più recente manchevolezza.
D’altro canto, il Cav. riformatore di cui favoleggia Ferrara è ben rappresentato dalla sagoma di cartone sul palco del Capranichetta: nulla di più, e molto, parecchio di meno.

                                              




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6 luglio 2011

ZORZO – Chi è che vuole normalizzare il “bel vento” di Milano e dei referendum?


Non sono  solo i dalemiani. Anche Repubblica mette un tigre nel Gotor…

Leggilo su GAZEBOS!




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1 luglio 2011

Tremonti e i SUV

Per un attimo ci avevo sperato.
Ma il SUV è ontologicamente consustanziale a questa destra.

Bé, pisciamoci sopra.






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30 giugno 2011

ZORZO-Primarie di coalizione, antidoto al “partito-comunità”

Giorgio Benigni su GAZEBOS difende le primarie di coalizione,

mentre in rete compare TamTam democratico

e qui e là si riaffaccia la tentazione novecentesca del “partito-comunità” (quod Deus advertat!)

 

Zorzo è membro effettivo del Cominform; si occupa di politiche istituzionali e di (quasi) tre pargoli




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24 giugno 2011

EL NINO -Scelte impopolari? Le gestissero quelli che hanno lucrato sulla crisi!

Banchieri, imprenditori, economisti, sindacati, politici e l’immarcescibile Marcegaglia (che assomiglia sempre più ad Antonio D’Amato) denunciano gli immensi danni già prodotti e i gravi pericoli cui la crisi ci espone. Versano lacrime di coccodrillo, nascondendo le proprie pesantissime responsabilità, e si lanciano in tardive diagnosi e improbabili – alcune potenzialmente letali – terapie.

Come nessuna/nessuno di loro si chiamasse Pasquale (per usare una famosa espressione del Principe de Curtis).
Come se la parte peggiore dell’Italia fossimo veramente noi e non loro, con tutte le Pn che hanno messo alacremente in piedi in questi anni.
Come se il problema – ridotto all’osso – non fosse sintetizzabile in poche questioni: quali le principali cause di questa terribile crisi? Cosa si può fare per rimuoverle e per uscirne? Stiamo sulla buona strada o marciamo in senso opposto? Chi deve sostenere l’onere principale dei costi da sopportare (tra cui il debito pubblico e quello privato)?

Lo so che è più facile porre domande che dare risposte; ma so anche che se ci poniamo le domande giuste non troveremo mai delle risposte quanto meno plausibili.
Una domanda per tutte, a titolo d’esempio: l’immane trasferimento di reddito e ricchezza avvenuto nell’ultimo ventennio da larghissimi strati sociali medi e medio bassi verso pochi ricchissimi e ricchi, dal lavoro al capitale, rientra tra i fattori di crisi?

Se la risposta è affermativa, occorre evidentemente invertire la rotta. O no? Mica pretendo di darla io la risposta.Ma se economisti (autentici…) del calibro di Krugman, Rodrik, Roubini, Sen, Stiglitz, nessuno dei quali è mai stato kommunista – tanto per citare solo i più conosciuti – ce lo vanno ripetendo da parecchi anni, penso che l’ipotesi vada presa in seria considerazione.

G.Grosz-Eclisse di sole, 1926

Questo è uno dei punti che, secondo me, l’insieme delle forze di sinistra, un po’ più a sinistra, centrosinistra, quasi sinistra, ecc., deve affrontare senza ambiguità, senza ma anche, in termini netti, per poter definire obiettivi e tracciare strategie chiare. E piantare fin d’ora qualche solido paletto. E fin d’ora urlare qualche sonoro NO.
Avrebbe dovuto farlo da parecchio tempo; ma meglio tardi che mai.
Altrimenti, quand’anche dovesse vincere le prossime elezioni, farebbe la fine di Brown, Zapatero, Papandreu: e cioè fare il lavoro sporco, le proverbiali scelte impopolari.
Abbiamo già dato. Oppure … la prima volta come dramma la seconda come farsa! 

Un caro saluto a tutte e a tutti. Nino

- El Nino è Antonino Andreotti, economista per passione di equità e giustizia -




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L'INVERNO E IL ROSAIO: tracce di scoutismo clandestino




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